Gli Affreschi

I numerosi interventi di scavo praticati a Castelseprio a partire dalla metà del secolo scorso hanno permesso di mettere in luce un consistente insieme di frammenti di intonaci affrescati. Ad eccezione di due piccoli nuclei, provenienti dagli interventi eseguiti durante i restauri della cascina di S. Giovanni e da saggi recenti nella basilica di S. Giovanni, resta incerta la collocazione originaria di questi manufatti, che, con ogni probabilità, erano pertinenti ai principali luoghi di culto del castrum.
I frammenti, circa 4000, sono stati oggetto di un paziente lavoro di ricomposizione, studio e restauro che ha portato a proporne diversificate datazioni collocabili in un ambito cronologico piuttosto ampio che va dal protoromanico al rinascimento maturo.
Lo studio di questi materiali ha confermato la vitalità artistica del centro, prima e dopo il 1297, quando il castello venne raso al suolo ad opera dei milanesi, nel corso della lotta contro i Torriani. Sappiamo, infatti, che il decreto di distruzione firmato dall’arcivescovo Ottone Visconti risparmiò le chiese della fortezza che furono officiate sino all’età moderna e, oltre ad esse, vennero mantenuti in funzione alcuni edifici posti nel quartiere a Nord della basilica dove, peraltro, si possono riconoscere ancora in opera i resti di un fregio quattrocentesco a girali d’acanto.
Indubbiamente, i lacerti rappresentano solo una porzione limitata di un insieme più vasto: si sono conservati soprattutto elementi di decorazione architettonica spesso appartenenti a zoccolature, cornici e fregi, mentre assai più rari sono i frammenti di scene narrative.
Tra i molti schemi decorativi di cui si è tentata una ricostruzione spicca un gruppo di frammenti di età romanica caratterizzato da pelte alternate a cui si associa un motivo a fusarole. Si tratta di elementi ornamentali piuttosto noti nell’XI secolo, di cui si conoscono confronti anche nella basilica di S. Vincenzo a Galliano, nei pressi di Cantù. Le caratteristiche del supporto - dalla sezione curvilinea - suggeriscono che questo affresco dovesse essere parte di una copertura voltata a botte, probabilmente, viste le dimensioni, di un corridoio di passaggio.
Un piccolo gruppo di frammenti permette di ricostruire, pur con molte lacune, il volto di un santo dalla barba bianca. Ad esso può essere accostata un’aureola che, per tecniche pittoriche e considerazioni stilistiche, risulterebbe pertinente allo stesso intervento, che quasi certamente raffigurava una teoria di santi. Si può ipotizzare che a questa fase decorativa appartengano anche il grande frammento di abside posto all’esterno della vetrina e una serie di altri materiali di grande interesse, ma malconservati. Tutti questi frammenti, pur così ridotti nel numero e nelle dimensioni, suggeriscono un livello abbastanza elevato degli artefici, e, per le caratteristiche esecutive e stilistiche, una qualche vicinanza può essere ravvisata con il S. Stefano di Bizzozero nei pressi di Varese.
Altri frammenti, appartenenti a zoccolature e cornici, possono riferirsi ad un arco cronologico compreso tra il tardogotico e il pieno rinascimento. In questo caso i nostri materiali illuminano su un periodo relativamente poco noto della pittura varesina. Nonostante la scarsità del materiale esistente, dovuta alle trasformazioni sei-settecentesche degli edifici ecclesiastici, le opere rinascimentali indicano, salvo pochi isolati casi, una partecipazione marginale della nostra zona ai grandi movimenti artistici. Tra di i nostri frammenti si distinguono per qualità ed interesse almeno due scritte in caratteri gotici e i resti di fregi, realizzati a mascherina, che ornavano probabilmente sguinci di porte e finestre. L’effetto cromatico che alterna tonalità di rosa più o meno intenso ad un giallo piuttosto carico, risulta assai gradevole e nel complesso raffinato. Per questo schema decorativo si propone una datazione al XV-XVI secolo.
 

             
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